• Giorgio Caione

Wolfgang Schadow. Whispering the silence


The unfolding of the desert is indefinitely close to the timelessness of film

Jean Baudrillard

A silence lasted for a hundred thousand years. Broken eventually by occasional Indian appearances: groups of Navaho or Mojave, powerful magic rituals, masked dances, huge drawings in the sand. Negligible presences compared to the silent history of the rocks and deserts in the American southwest. Yet the white man’s presence seems more negligible, able to chase (and massacre) the historical inhabitants of the region, then closing those sites with an artificial concept: the natural park.

“Geological—and hence, metaphysical—monumentality,” in which human beings have not had any role, “by contrast with the physical altitude of ordinary landscapes. Upturned relief patterns, sculpted out by wind, water, and ice, dragging you down into the whirlpool of time . . . ” (Jean Baudrillard, America, 1986)

In front of these petrified forests we are just time’s audience. Here nothing was planned or conceived: cathedrals and pinnacles (Tower of Silence), tunnels (The Subway), the streets (The Last Race) are just metamorphic shapes able to transcend the simple natural fact, projecting us in an eternal dimension that – as contemporary men – we have difficulty relating to.

Wolfgang Schadow’s approach seems the most appropriate. A discreet, clean, respectful story, without any human interference. His extremely technical and accurate photographs give us the site’s power without any baroque emphasis or shouting, whispering the silence with Nordic precision.

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Wolgang Schadow. Sussurando il silenzio

Il dispiegarsi del deserto è infinitamente vicino all’eternità della pellicola

Jean Baudrillard

Un silenzio durato centinaia di migliaia di anni. Rotto, eventualmente, da sparute comparse indiane: qualche gruppo di Navajo o Mojave, potenti riti magici, danze mascherate, enormi disegni su sabbia. Presenze del tutto trascurabili di fronte alla millenaria storia silenziosa delle rocce e dei deserti che segnano il paesaggio nel Sudovest degli Stati Uniti. E ancora più trascurabile ci appare la presenza dell’uomo bianco, capace -in primis- di cacciare (e trucidare) gli storici abitanti di quelle terre. Poi di chiudere quei luoghi in un concetto artificioso quale il parco naturale. “Una monumentalità geologica, dunque metafisica” (Baudrillard, 1986) in cui l’uomo non ha avuto alcun ruolo, “l’opposto dell’altitudine fisica dei normali rilievi. Rilievi al contrario, scolpiti in profondità dal vento, dall’acqua, dal ghiaccio, vi trascinano nella vertigine del tempo.” Di fronte a queste foreste pietrificate siamo spettatori del tempo: qui nulla è stato progettato o pensato, le cattedrali e i pinnacoli (Tower of Silence), i tunnel (The Subway), le strade (The Last Race) sono forme metamorfiche capaci di trascendere il semplice dato naturale, proiettandoci in una dimensione eterna con cui, da contemporanei, fatichiamo a rapportarci. Quello di Wolfgang Schadow pare l’approccio più opportuno. Il racconto sospeso, pulito, rispettoso, senza alcuna intromissione dell’elemento umano. La sua fotografia estremamente tecnica e accurata ci restituisce la potenza del luogo senza enfasi barocca, con nordica precisione,evitando l’urlo, sussurrando il silenzio.

Dal catalogo della mostra di Wolfgang Schadow "Stones – water – time", suppl. a Raw Magazine, agosto 2009

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