• Giorgio Caione

Francesco Brugnetta. Public(Aut)Art


Una nebbiosa serata di marzo. L’occasione era l’inaugurazione di una mostra sul Nouveau Realisme in un edificio a firma Renzo Piano, a Novara. Giacche eleganti, camicie su misura, scarpe lucide. Ma tra la folla che si dirige vorace verso il buffet scorgo un tizio dal volto simpatico che, indifferente alla pratica di massa del vernissage, continua a intrattenere i suoi interlocutori ammiccando gentile. Su tutto mi colpisce un particolare: ai piedi calza un paio di pantofole! Sì, proprio pantofole. Avete presente quelle che indossavano i nostri nonni, con un motivo scozzese tra il grigio e il verdone? All’inizio credevo di aver avuto un abbaglio, poi ho realizzato. Quale geniale individuo! Ho subito sentito il desiderio di conoscerlo. La sua affabile cortesia ha agevolato il compito. Da allora, io e Francesco abbiamo collaborato in varie mostre e progetti, condividendo un percorso professionale tra curatore e artista ricco di sfide e sollecitazioni.

Chiedo la vostra comprensione per questo aneddoto personale. Ma come introdurre altrimenti un personaggio quale Francesco Brugnetta? Artista dal percorso personalissimo, esordiente fuori quota, estroso comunicatore, insegnante, padre, umbro di nascita, vercellese per scelta. Il suo percorso artistico inizia dopo il quarantesimo compleanno, ma nel giro di un lustro – con consapevolezza e creatività – giunge a creare un corpus di lavori estremamente coerente e significativo.

“La macchina di papà” rappresenta una vera e propria mostra antologica del lavoro di Francesco Brugnetta. Un viaggio iniziato sette anni fa e giunto a una tappa importante (una svolta?), una sosta rigeneratrice per guardarsi dentro, mettere ordine nel passato e ripartire ancora, verso nuove mete. L’opera di Brugnetta ruota -è evidente- attorno a un perno preciso e facilmente riconoscibile: la sua automobile, quella Fiat Tipo prodotta dalla casa torinese dal 1988 al 1995. Aut-Art, studio mobile, atelier su quattro ruote, la macchina di Francesco si camuffa, si tatua, si nasconde. La gente si ferma, sorride, scruta, tocca, fotografa. Francesco osserva il suo pubblico, si avvicina, conversa.

La sua arte non può fare a meno dell’attore “pubblico”, e l’autore non si sottrae, anzi trae linfa e coraggio dal contatto con le persone, perché di questo è fatta la sostanza del suo lavoro.

Un lavoro artistico che gioca tra due poli fondamentali: utopia e territorio. Nelle realizzazioni più importanti (Tipo Ricefield, Tipo Cycladic, Macchina Barocca, Piastrelline) appare chiara la volontà dell’artista di proporre un inserimento “dolce” dell’automobile nel paesaggio. Un inserimento che non potrà essere che utopico – e qui sta la sua forza e il suo fascino – opponendo e mixando (ancora una volta) natura e cultura. L’inserimento “dolce” non avviene però mutuando scelte consolatorie tipiche di certo design, o peggio sovrapponendo motivi puramente decorativi che appaghino l’occhio e ammicchino al marketing. La scelta è quella di dialogare profondamente con il paesaggio, sia esso il campo di riso, il mare della Grecia, l’Isola Bella, o le decorazioni dell’edilizia vercellese anni Sessanta. Un dialogo con il territorio condotto attraverso ricerche, trovate, invenzioni, momenti ludici, laboratori. Una storia che coinvolge altri attori già nel suo iniziale dipanarsi. Queste caratteristiche unite al lavoro esclusivo sulla medesima automobile (quasi un medium a sé) differenzia profondamente il lavoro di Brugnetta da quello di molti altri artisti contemporanei che hanno scelto di cimentarsi con il prodotto automobile.

La storia del rapporto tra automobili e arte è vecchio come la storia del mezzo a quattro ruote. Se per i futuristi rappresentava l’idea stessa di velocità e progresso, in anni più vicini a noi è stata indagata principalmente come “prodotto” per antonomasia della società dei consumi, sempre in bilico tra mitizzazione e critica sociale. Peter Cain dipingeva macchine di culto degli anni ’50 e ’60, sottolineando il glamour pubblicitario o il design erotico della carrozzeria. Damian Ortega ha vivisezionato il mitico maggiolone Volkswagen e lo ha esposto “esploso” come lo vediamo nel libretto di istruzioni ("Cosmic Thing"). Approcci da cui Francesco si discosta, proponendo un’auto utilitaria dal disegno tutto sommato anonimo e assolutamente non di culto. Nell’opera "Fat Car" di Erwin Wurm, la macchina assume forme biologiche, inglobata com’è in strati di poliuretano e poliestere. Una macchina obesa che rappresenta l’obesità della nostra società. Come ricorda giustamente Aldo Carotenuto (docente di psicologia della personalità) “l’automobile è una protesi del nostro corpo, di noi stessi”. Ma l’automobile di Francesco sembra più una protesi del paesaggio, mantenendo una forte critica verso la modernità, ma (c’è già un “ma” prima) proponendo una soluzione che non sta nelle nostra psicologia, ma nella relazione con i luoghi reali in cui l’auto è di volta in volta inserita. Mario Airò dipinge il mito del film Rusty il Selvaggio di Francis Ford Coppola sul cofano di un’Alfa 33 ("Car Tattoo"), Johnathan Monk disegna con l’aerografo le immagini delle stazioni di rifornimento immortalate da Ed Ruscha negli anni ’60, utilizzando some supporto i cofani di classiche auto americane. Francesco non usa la Tipo come semplice supporto e sceglie di raccontare un territorio poco mitico e poco mediatico. È il territorio di una intensa frequentazione, che semmai diventa mitico grazie all’esperienza personale. In questo senso l’opera di Brugnetta assomiglia maggiormente all’operazione di Rikrit Tiravanija, il quale guida con il pittore Franz Ackermann dalla Germania a Lione (dove esporrà l’automobile alla Biennale) riprendendo tutto il viaggio con tre telecamere e cucinando per strada grazie all’attrezzatura stipata nel portabagagli. La macchina di Francesco è un’esperienza, e come tale non può fare a meno né della realtà performativa che ne sta alla base, né del confronto costante e profondo con la realtà territoriale.

(testo del catalogo della mostra “La macchina di papà”, solo show di Francesco Brugnetta, 28 gennaio – 25 febbraio 2010, Spazio Azimut, Torino)

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