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Paolo Sacchi. Per l'ultima volta fabbrica


Strani tempi quelli odierni. Anno Domini 2009. La più grave crisi dal 1929 rischia di mandare a rotoli l’economia mondiale. Un’azienda italiana si compra una delle più grandi case automobilistiche americane. La disoccupazione fa paura e la disperazione porta a gesti clamorosi, come non se ne vedevano da tempo – operai che scalano ciminiere e capannoni, o sequestrano il proprio (ex) datore di lavoro. Le fabbriche chiudono, non è una novità. Sembra un processo triste e inarrestabile, di cui però un giovane fotografo milanese si era già accorto all’inizio degli anni Ottanta.

La Panizza di Ghiffa produceva cappelli e costituiva una di quelle eccellenze del cosiddetto “made in Italy”. Era specializzata nella lavorazione del feltro di lepre. Oggi quasi nessuno porta più il cappello, tanto meno in feltro di lepre. Il direttore della Panizza, con un misto di amarezza e ironia, confrontando un’immagine di una manifestazione all’inizio del Novecento con una degli anni Settanta, soleva dire: “guardate, tutti portavano il cappello una volta”. Le mode possono essere spietate.

La Panizza di Ghiffa era una fabbrica-città. Tutto il paese aveva come riferimento, non solo economico, lo stabilimento. I suoi suoni, i suoi tempi, i riti, la sua sagoma rassicurante.

Senza falsi romanticismi Paolo Sacchi ritrasse quello che era rimasto nella fabbrica pochi giorni dopo la sua chiusura. Un approccio fotografico discreto, pulito, di grande rigore formale, perché gli oggetti parlino con la forza della loro stessa presenza.

Riproporre quelle fotografie oggi, in tempi di crisi economica, politica e culturale, ha un significato preciso. Al di là di ogni nostalgia o rimpianto, esse rappresentano una testimonianza. Ci parlano di valori quali il lavoro, l’eccellenza artigiana in un contesto industriale, l’identità di una comunità, il suo riconoscersi in un prodotto, in un luogo, in pratiche quotidiane lontane dall’esperienza odierna.

Le fotografie di Paolo Sacchi sono una boa nell’oceano della memoria. Un riferimento prezioso per riflettere su un mondo che cambia. Un punto di partenza – perché no? – per immaginare il futuro.

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