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Nagorno Karabakh

La frontiera del Nagorno Karabakh sbuca dai tornanti di una stretta gola. È un edificio cilindrico costruito in pietra locale, poco più di un check-point militare. Un giovane soldato controlla velocemente i nostri passaporti e ci regala una quantità di piccole mele che fatico a tenere in mano.

Per la prima volta, dopo tanti confini attraversati, non sono io a dare qualcosa all’ufficiale di guardia, ma è lui che porge la mano nel gesto universale del dono. Non dovrei stupirmi in realtà, perché è semplicemente la dimostrazione che l’ospitalità della gente del Caucaso è più forte della diffidenza verso gli stranieri ereditata dal periodo sovietico. 

Io e Stefano siamo partiti qualche ora prima da Yerevan - capitale dell’Armenia - dopo aver noleggiato un Lada Niva, il leggendario fuoristrada sovietico fedele alla sua linea da oltre 40 anni. La nostra destinazione, sulla gran parte delle mappe mondiali, è segnata tecnicamente come Azerbaijan. Di azeri però in quel territorio non ne è rimasto nemmeno uno e l’unica bandiera che sventoli sugli edifici pubblici ha il tricolore armeno con un triangolo disegnato da grossi quadretti bianchi che sembrano i pixel visibili nelle immagini a bassa definizione.
 

Il Nagorno Karabakh - per gli armeni semplicemente Artsakh - formalmente è parte dell’Azerbaijan, ma de facto è uno stato indipendente grande poco più dell’Umbria, incassato tra le montagne del Caucaso meridionale. La sua gente ha conquistato l’indipendenza in una terribile guerra finita nel 1994 dove armeni e azeri non hanno risparmiato atrocità su entrambe i fronti. Terra culturalmente e storicamente armena, il Nagorno Karabakh ha un passato complicato come il suo stesso nome, formato da tre parole: una parola russa (nagorni: montagnoso), una turca (kara: scuro, nero) e una persiana (bakh: giardino). Letteralmente “giardino nero di montagna”, ma secondo alcuni il “kara” turco sta per grande, esteso. Un grande giardino tra le montagne che personalmente avrebbe molto più senso. Di scuro purtroppo c’è solo la sua storia recente.

La Repubblica del Nagorno Karabakh (in rosso) e i territori occupati dall'Armenia per garantire la continuità territoriale tra i due stati

Dopo una serie interminabile di tornanti e una nebbia compatta che lascia solo pochi metri all’immaginazione arriviamo a Stepanakert, la capitale dell’Artsakh. Una piccola città di circa 50.000 anime adagiata su un lieve pendio che degrada verso le pianure che segnano il confine con l’Azerbaijan. 

Si è fatta sera e Karen ci aspetta al Florence Garden per cena.
 

“Sono nato qui, questa è la mia terra. Ma ho studiato a Yerevan e ora divido la mia vita tra queste due città.”
Karen ha fatto parte delle delegazioni incaricate di negoziare gli accordi di pace tra Armenia e Azerbaijan. Viaggia spesso in Europa per incontri e conferenze, ma ora si dedica soprattutto alla poesia. “Quest’anno ho già pubblicato tre libri e ne ho altri sette in cantiere.”
Scrive in russo, una scelta abbastanza comune per avere un pubblico più ampio. “Ma anche perché è la lingua dei miei studi. Ho fatto l’università a Yerevan, nel periodo sovietico era una città intellettuale vivacissima. Oggi tanti uomini e donne di cultura sono andati all’estero e accrescono le fila della diaspora armena nel mondo.”

Gli chiedo se ha partecipato alla guerra. 

“No. Non mi è mai piaciuto combattere”.
Gli mostro - sorridendo - una foto pubblicata su Facebook che lo ritrae mentre imbraccia un’enorme fucile di precisione.

“Ahah, quello è un fucile americano. È di un mio caro amico dell’esercito. Lo vado a trovare in trincea a volte. Non l’ho mai usato, ma vedi, non credo più alla pace senza le armi. La pace deve essere armata, bisogna essere pronti a difendersi, altrimenti non funziona”.

La cena è ottima e ampiamente al di là delle nostre capacità digestive. Karen ha l’ospitalità nel sangue e continua a ordinare cibi e bevande di cui va particolarmente fiero, come il frullato di frutta che ha inventato e che viene preparato in esclusiva dal Florence Garden.

“Adesso venite con me, vi porto a fare il giro del locale”.
Stepanakert ha una sorprendente offerta culinaria come scopriremo nei giorni seguenti.


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Di pub invece ce n’è uno solo in tutta la nazione e ha sede in un vecchio garage.
Il proprietario è Azat, un giovane del posto che ha combattuto come volontario nella “guerra d’aprile” del 2016. Quando è tornato ha deciso che era il momento per il Karabakh di avere il suo pub. Ha ristrutturato un’autorimessa e alle pareti ha appeso adesivi colorati, cimeli di guerra e poster di Lenin.
“Conservo ancora un pezzo della piccola pagnotta che ho mangiato nei giorni in trincea. Si sentivano in continuazione i colpi di mortaio degli azeri.”
Da un vecchio pc Azat ci mostra i filmati girati con una GoPro fissata al suo elmetto. Non si vede granché in realtà. Soggettiva delle trincee, paesaggio brullo e qualche rumore di mortai non troppo vicini.

“C’erano anche combattenti dell’ISIS con gli azeri. C’è un video dove si vede il tatuaggio “ISIS” sul braccio di un mercenario”. Però il video non lo trova e passiamo oltre sorseggiando un’ottima birra locale.
“Mi sono arruolato per aiutare il mio paese. Gli azeri ci hanno aggredito, hanno anche colpito la scuola di Talish, ci siete stati?”

Azat nel suo pub garage

Ci siamo stati a Talish. Grazie a Edgar, il governatore del distretto di Martakert, nel nord est del Paese.
Per incontrarlo bisogna fare mezz’ora di anticamera in pieno stile sovietico. Tre tizi vestiti di nero che non si presentano ci squadrano a turno senza smettere di fumare.

Sediamo pazienti fino al cenno inequivocabile che ci permette di entrare nell’ufficio del grande capo.
“Volete andare a Talish, giusto?”, Edgar alza gli occhi da un monitor su cui scorrono post di Facebook in alfabeto armeno e cirillico. È un elegante uomo di mezza età con portamento da leader e un buon inglese. “La macchina ce l’avete, vero? Vi accompagna Narek”.

Il governatore ha da fare e si conceda gentilmente.


Narek è un ragazzo sveglio che purtroppo parla solo russo e armeno. È il tutto-fare del governatore e vive a Martakert; a Talish è stato raramente, ma la strada la conosce bene. È una una pista di terra tra le montagne, a pochi chilometri dalle postazioni azere. Guidiamo decisi superando i lentissimi camion militari che costituiscono quasi metà del traffico in quest’area.

Il fango ricopre le strade del villaggio di Talish e la foschia crea una sospensione spazio-temporale in questo angolo assurdo di mondo dove la cosa più vicina sono i mortai dell’esercito azero.

Dopo la visita di rito al monumento ai caduti, suoniamo alla porta del sindaco e in pochi minuti, dopo una sottile diffidenza, siamo seduti intorno a un tavolo bevendo vodka fatta in casa e trangugiando verdure marinate. La televisione è accesa su un programma russo e alcuni personaggi non meglio identificati si impegnano a tagliare pane nero, cetrioli e melograni che sono il frutto simbolo del Nagorno Karabakh.
“This is bomba granata!” esclama il sindaco sollevando una bottiglia piena di un liquido rossastro dall’alto grado alcolico. Ci riempie i bicchieri e buttiamo giù il liquore che peraltro è squisito. Sono le 11 del mattino.

La scuola di Talish è effettivamente stata bombardata brutalmente, ma è tutta la parte alta del villaggio a essere stata colpita, inclusa la vecchia casa del sindaco dove ancora raccoglie i frutti del giardino. L’esercito azero nel 2016 è persino riuscito ad entrare nel villaggio uccidendo quattro anziani. La zona è stata evacuata e le nuove abitazioni – una sorta di piccola new town - sono state costruite circa 2 km più a valle, fuori dalla portata dei colpi azeri. Ne vediamo alcune da una finestra sventrata della scuola.
 

Qui si coltivano ortaggi e si raccolgono prugne e albicocche, ma ora c’è solo fango e nebbia. I cinquecento abitanti di Talish vivono a un’ora di sterrato dalla cittadina di Martakert, capoluogo della regione. Ma non sono le condizioni geografiche a spaventarli. Il terrore è che la guerra ricominci, come nel 2016. Anche se il villaggio è salvo, l’esercito azero ha conquistato circa 800 ettari di collina, una volta sotto il controllo armeno, ed è più vicino che mai.

Il sindaco, nella sua giacca sportiva targata AC Milan, ci mostra la nuova scuola costruita grazie a fondi governativi e donazioni private provenienti da armeni della diaspora.

Ci salutiamo con un abbraccio. Vorremmo comunicargli la nostra sincera ammirazione per chi ha il fegato di vivere qui, ma il nostro russo fa schifo e il suo inglese non è molto meglio. Così ci guardiamo negli occhi e forse è abbastanza così.

Il sindaco di Talish nel giardino della sua casa bombardata

l Karabakh è sempre stato una terra di guerrieri e generali coraggiosi.
Parte del principato di Kachen nel medioevo, fu diviso in cinque melikhati (principati armeni) nel XV secolo e resistette più a lungo di ogni altro regno armeno all’avanzata dei turchi, per poi essere annesso dai persiani come khanato semi indipendente e infine dall’impero russo nel XIX secolo. Dopo la rivoluzione russa del 1917 venne conteso dagli armeni (che all’epoca costituivano oltre il 95% della popolazione) e dagli azeri. Quindi passò sotto la Repubblica Sovietica dell’Azerbaijan per volere di Stalin – si dice per non irritare i vicini turchi, da sempre fratelli degli azeri. Nel 1923 venne creato l’oblast autonoma del Nagorno Karabakh, una specie di provincia dotata di relativa autonomia, se di territori autonomi si poteva parlare nell’Unione Sovietica. 

L’assegnazione del territorio all’Azerbaijan sovietico, come altre divisioni del tutto arbitrarie fatte da Stalin (allora Ministro delle Repubbliche nel governo bolscevico), fu l’inizio di tutti i mali e le contraddizioni che scontiamo ancora oggi.

La città di Agdam- che da anni sogno di visitare – è il simbolo di queste contraddizioni della storia che hanno strangolano la popolazione civile e hanno sgretolano il sogno di una società multiculturale.

 

Agdam era una città azera a circa 25 km da Stepanakert. In un video amatoriale del 1989 pubblicato su Youtube si possono vedere le sue strade percorse da bus colorati, nuove auto Lada e persone più o meno indaffarate come in qualsiasi cittadina sovietica di quegli anni, coi suoi palazzi, monumenti e abitazioni.
Oggi non esiste più nulla di tutto ciò. Solo un reticolo di percorsi sconnessi e macerie. 

Il fedele MapsMe ci guida in quella che una volta era la seconda città del Karabakh, circa 40.000 abitanti, in gran parte azeri (ma i numeri variano a seconda delle fonti).
Knar, una giovane fotografa di Stepanakert, ha provato a dissuaderci. “Non consiglierei di andarci” ci ha detto sorseggiando un calice di Karas, eccellente vino prodotto da vitigni autoctoni. 

Anche il mediatore Karen non ne parlava volentieri. 

Dal 1994 Agdam è semplicemente una delle più grandi città fantasma del mondo. E un luogo iscritto nella nostra lunga lista di desideri oscuri.


Gli abitanti dell’Artsakh sembrano non voler mostrare le conseguenze di quello che è accaduto ad Agdam. Sicuramente avere una città in rovina sul proprio territorio non è un biglietto da visita incoraggiante. Inoltre la città è diventata col tempo una grande cava a cielo aperto dove singoli cittadini si accaparrano materiali da costruzione. Non ci è difficile capire il punto di vista di Knar e Karen, ma il desiderio di osservare di persona è come sempre più forte dei consigli.


Durante la guerra, Agdam era diventata la base azera da cui partivano i bombardamenti che colpivano incessantemente Stepanakert. Dopo numerosi tentativi, l’esercito di liberazione del Karabakh riuscì a conquistarla, ma per farlo usò la mano pesante. Non si conoscono fonti sicure per determinare il numero di morti e feriti, ma quel che è certo è che l’intera popolazione fu costretta a lasciare la città e a quasi trent’anni dal conflitto non resta che una distesa di rovine. Alcuni la chiamano l’Hiroshima del Caucaso.

Nella battaglia di Agdam morì anche Monte Melkonian, un cittadino americano di origine armena che diventò in pochi mesi l’eroe nazionale del Karabakh. 

 

Tecnicamente l’ingresso alla zona di Agdam sarebbe vietato. In pratica non c’è nessuno che controlli, anche perché sarebbe impossibile pattugliare un’area così vasta. Ho letto di militari russi particolarmente rigidi che si aggirano minacciosi nella zona. Noi incontriamo il solito camion militare armeno e una stazione di polizia in apparenza deserta. Il territorio è pianeggiante e le case sono tutte in rovina. Si guida per diversi chilometri prima di entrare in quello che una volta era il centro della città, distinguendo man mano il profilo di alcuni edifici in pietra, o quel che ne rimane.
Più che Hiroshima, Agdam sembra una Pompei contemporanea. 

Marco Belpoliti nel suo “Crolli” (Einaudi, 2005) ha scritto che la nostra società non lascia dietro di sé rovine, come le civiltà antiche, ma solo macerie, come il muro di Berlino o le Twin Towers, “cumuli di detriti che segnano l'estetica del presente”. Esattamente - penso - come Agdam.

Nei pressi della periferia di Agdam

Al centro della città svettano ancora i minareti dell’antica moschea di cui ricordo fotografie di vacche che pascolano all’interno. La tentazione di andare a curiosare è grande, ma un mezzo militare sbuca da una strada laterale e viene deciso verso di noi. Faccio cenno a Stefano di proseguire guardando sempre dritto.
Con un Lada Niva bianco e i nostri profili mediterranei, quasi caucasici, potremmo sembrare dei locali, a una prima occhiata distratta. Due dei tanti personaggi che vengono ad Agdam per fare incetta di pietre.

Oltrepassiamo lentamente l’incrocio. Controllo MapsMe e prendiamo la prima strada a sinistra che sembra portarci verso l’altra estremità della città. Il mezzo militare ci segue ma resta a distanza.
Il paesaggio è spettrale. Guardiamo sempre avanti mentre dai finestrini scorre sempre la stessa scena di grigi edifici in rovina sullo sfondo piatto di una giornata lattiginosa.
All’improvviso dobbiamo rallentare perché c’è un uomo in mezzo alla strada. Sembra un povero agricoltore. Ci sono effettivamente ancora alcune famiglie di contadini armeni che vivono ad Agdam, coltivano quel che possono e pascolano qualche vacca smagrita.
L’uomo non si sposta costringendoci a procedere a passo d’uomo col groppo in gola.

Provo a girarmi lentamente per controllare il mezzo militare mentre alcuni maiali sbucano dal ciglio della strada e l’uomo - improvvisamente - si volta. 

Cazzo! Rimaniamo pietrificati.

Il volto dell’uomo è completamente tumefatto. Ci guarda per pochi istanti, per nulla sorpreso, facendosi finalmente da parte.

Non sappiamo esattamente cosa fare o pensare. In questi momenti si inserisce il pilota automatico in assenza di veri e proprio pensieri. Procediamo a passo d’uomo ancora per qualche metro e poco alla volta acceleriamo. I militari non ci sono più.

La scena ci ha scosso ma sentiamo che ci manca qualcosa. Abbiamo visto la città dal finestrino dell’auto per meno di mezzora, come uno zoo. Discutiamo dell’idea di tornare indietro, ma affrontare il rischio significa anche calcolarne i confini. E qui i confini somigliano a quelli di questa immensa distesa di pietre e cemento dove l’elemento umano non è più protagonista di una storia che lui stesso ha distrutto. Non c’è pericolo vero e proprio. È una sensazione diversa ma che ci si appiccica addosso senza lasciare spazio alle incertezze.

È ora di andarcene e sembra giusto così.

 

Una strada di Agdam (foto di Stefano Majno)

Hayk è un trentenne originario dell’Armenia che ha preso la cittadinanza francese.

Dopo averci vissuto molti anni, ha lasciato l’Europa e ha deciso di venire in Artsakh a dirigere TUMO, un centro di formazione.

TUMO è un luogo speciale. Centro dedicato alle nuove tecnologie per ragazzi dai 12 ai 18 anni, è gratuito e completamente finanziato da privati. 

File di computer Apple appena usciti dalla fabbrica occupano le scrivanie e i grandi tavoli su cui giovani armeni imparano a maneggiare software, sistemi robotizzati e applicazioni digitali. Tutto in ottica creativa secondo il metodo del self learning. Poche ore di lezione frontale, tanto esercizio individuale, lavori di gruppo e test di autovalutazione.

È il Karabakh ma sembra la Silicon Valley.

“Sono arrivato qui un anno fa e mi trovo bene. Questo è il secondo centro di TUMO. Il primo è quello di Yerevan, aperto nel 2011, ma ce ne sono molti altri che apriranno a breve in piccole città dell’Armenia. Tra poco inaugureremo anche nuovi centri all’estero: Parigi, Beirut, Tirana.”


Gli insegnanti sono tutti giovani e spesso ex studenti di TUMO Yerevan, come la fotografa e videomaker Tatevik Vardanyan di cui conosciamo l’ottimo lavoro artistico.

“I ragazzi vengono da tutto l’Artsakh. Abbiamo un sistema di minibus che partono da ogni provincia” dice Hayk mostrandoci la tabella delle partenze appesa nel suo piccolo ufficio.
Tutto è nuovo e funzionale a TUMO. L’edificio in pietra è stato restaurato grazie al contributo di Karabakh Telecom, ci sono armadietti per studenti in stile americano, studi attrezzati per riprese, aule musicali, caffetteria. Un paradiso per qualunque ragazzo.

Provo a immaginare i quattordicenni che arrivano dalle campagne del Kelbajar o da qualche palazzo fatiscente di Martakert. TUMO costituisce un’opportunità unica per chi voglia imparare.
I ragazzi possono iscriversi a due corsi contemporaneamente e in pochi anni completare l’intero percorso, o specializzarsi in una delle materie senza pagare un centesimo.
Le luci al neon di TUMO non aiutano a creare atmosfere interessanti per le nostre macchine fotografiche e ci limitiamo a fare qualche scatto di documentazione. Tutti sono gentili, disponibili e sorridenti. 

A pochi chilometri da TUMO c’è Agdam coi suoi fantasmi di guerra e le sue case distrutte. Sembra distante anni luce da queste mura di pietra, la stessa di cui erano fatti gli edifici di Agdam.

Una classe di TUMO Stepanakert

Finchè comandò Mosca, la situazione nel Karabakh restò relativamente calma. Una breve pax sovietica dove i ruoli erano molto chiari. E se ci fossero stati dubbi sarebbero arrivati i carri armati a schiarire le idee.

A livello sociale già negli anni 60 e 70 ci furono proteste da parte degli abitanti armeni del Karabakh, il cui desiderio più grande rimaneva quello di ricongiungersi alla madre patria armena. Per contro, i sovietici ma soprattutto il governo azero attuò una politica di trasferimento di popolazione russa e azera nel Karabakh, andando negli anni ad aumentare considerevolmente la percentuale di persone non armene. Negli anni 80 si parla di circa il 30% della popolazione.
Nel 1988, grazie alla Perestroika di Gorbachev e alla sempre maggior libertà per le repubbliche e le oblast,  scoppiò una vera e propria rivoluzione in Nagorno Karabakh, con il parlamento locale che votò ufficialmente l’annessione del territorio all’Armenia. La sanguinosa reazione dell’Azerbaijan non si fece attendere. Numerosi pogrom si verificarono in città azere e armene contro le rispettive minoranze. Il Karabakh fu praticamente posto sotto assedio dal 1988 al 1991, fino al crollo dell’URSS quando scoppiò la vera e propria guerra tra i nuovi stati autonomi dell’Armenia e dell’Azerbaijan.

 

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Josef è nato a Tbilisi come tanti armeni. “L’abbiamo costruita noi Tbilisi, per questo è così bella”.
Seduto sulla poltrona del suo accogliente salotto, ci racconta qualche aneddoto della sua vita, ma soprattutto ci dà una stanza in cui alloggiare durante la nostra permanenza.

La televisione è sintonizzata su Russia 1 e passa un film sulla fine dell’Unione Sovietica. La bandiera rossa viene lentamente ammainata e al suo posto è issata quella tricolore della Russia. “Credevamo nell’Unione Sovietica, e ora non c’è più”.

È la voce fuori campo del film che ci viene tradotta, ma potrebbe essere un vecchio abitante del Karabakh. Non sono in molti a dichiararlo apertamente – d’altronde la guerra l’hanno vinta loro – ma la nostalgia per la vecchia URSS si respira qui come a Yerevan. 

“La mia famiglia è arrivata qui da Tbilisi, ci è piaciuto e siamo rimasti” continua Josef offrendoci gli immancabili superalcolici fatti in casa di cui è stracolmo il mobile davanti a noi.
La frase di Josef mi fa pensare. Penso a tanti azeri, che al di là delle politiche etniche dei loro governi, sono arrivati qui pieni di buone intenzioni e si sono trovati bene. “Gli è piaciuto”. Perché anche loro non hanno diritto di vivere in Artsakh come Josef?

Domande inutili, forse.

Josef mette un pezzo di legno nel grande camino. Qui ci sono tanti boschi, molti più dell’arida Armenia. Artsakh d’altronde significa “boschi di Aramanyak”, uno dei leggendari re armeni.

Boschi come giardino, enorme, in mezzo alle montagne del Caucaso meridionale. Nagorno Karabakh.


A Sushi, l’antica capitale e centro culturale del Karabakh, abbiamo visto una riproduzione di un antico disegno. Un luogo all’aperto incorniciato da un bell’edificio in stile azero in cui erano rappresentati personaggi col copricapo islamico. Opera di un viaggiatore russo del XIX secolo, colpito dalla visione esotica di un luogo che è già oriente.
“Oggi di musulmani non ce ne sono più a Sushi”. 

Il direttore del nuovo centro culturale in costruzione ci guarda per pochi istanti.

“Purtroppo…” Aggiunge con uno strano ghigno sospeso tra ironia e nostalgia. O almeno così ci pare.

Purtroppo.

Novembre 2018

La bandiera della Repubblica del Nagorno Karabakh